Ennio Stamile. Vibo finalmente liberata dalla morsa della ‘ndrangheta. È ora di dire da che parte stiamo

Tra i quattrocento nomi dell’ultima operazione condotta dalla DDA di Catanzaro “Rinascita-Scott”, arrestati ed indagati a vario titolo e con diversi capi di imputazione tra la provincia di Vibo e quasi tutte le regioni d’Italia, nonché località della Svizzera e della Germania, vi sono di politici, sindaci, massoni, imprenditori, uomini appartenenti alle Forze dell’Ordine, professionisti. Ancora una volta, questo infinito elenco è la triste conferma di cosa sia diventata la ‘ndrangheta da circa quarant’anni a questa parte: fenomeno pervasivo capace di penetrare apparati dello Stato, della politica, dell’economia, della società civile. Flussi di capitali e relativi interessi economici che danno vita ad una forma invisibile di relazioni, comparaggi, collusioni e corruzioni capace di soffocare un intero territorio: la provincia di Vibo, la più disastrata d’Europa! Praticamente ultima in tutto, ma ha il primato di annoverare più logge massoniche rispetto a tutte le altre provincie italiane. Coincidenza? Quella dei Mancuso è una egemonia ‘ndranghetista che si è consolidata nel corso di quasi mezzo secolo, capace di “gestire” attraverso la dote del “Crimine” più di dieci “locali” sparse in tutto il territorio vibonese dove non esisteva, fino a qualche giorno fa nessuna isola felice. I collegamenti emersi con le altre cosche mafiose calabresi sono quelle storiche che risalgono alla prima guerra di ‘ndrangheta: Piromalli e De Stefano. Vi sono anche i nomi di alcune donne, Giovannina del Vecchio e Rosaria Del Vecchio rispettivamente mamma e zia di Emanuele Mancuso figlio di Pantaleone detto “scarpuni” o “l’Ingegnere”. A queste due donne se ne è aggiunta una terza, compagna del collaboratore di giustizia, Nansy Chimirri, con la quale ha avuto una bambina che ora ha circa tre anni. Quella di Emanuele è una sorta di déjà vou, dove ancora una volta protagoniste sono donne di ‘ndrangheta che esercitano pressioni psicologiche di ogni tipo su chi ha deciso di collaborare. Lo abbiamo già visto con Maria Concetta Cacciola, con Tita Buccafusca, Angela Costantino, Annunziata Pesce. Le parole della compagna di Emanuele sono emblematiche: «quelli che fanno così sono malati di mente… ma tu lo sai che problema avevi no? E che hai ancora perché sicuramente ancora sei mezzo stordito!». All’inizio dell’anno la donna aveva inviato al suo difensore una richiesta diretta ad ottenere l’autorizzazione per il rilascio della carta valida per l’espatrio della minore e poi delle lettere nelle quali riferiva “ti amo solo se tornerai a casa”, “ti amo, solo se lo vuoi”. Un ricatto terribile, escogitato dalla mamma e dalla zia, che pone dinanzi alla scelta di un padre di non vedere mai più la propria figlia. La ‘ndgrangheta è capace di arrivare a questo! Anzi, a molto di più. Non si pensa più di tanto ad utilizzare una bambina come strumento di ricatto. La vita di una persona, fosse anche un proprio congiunto vale solo se rimane ancorata alla famiglia non dal legame di sangue, ma da quello dell’obbedienza mafiosa, fatta di omertà, violenza, segretezza. Una volta che viene meno questo “legame”, non esiste più l’essere figlio o figlia, marito o moglie, padre o madre. Questo il drammatico “credo” mafioso, la sua etica barbara, capace di stravolgere persino la bellezza della quotidianità familiare fatta di affetti, di condivisioni, di lavoro, di sogni, di sacrifici, di speranze. La suprema ragione della consorteria congloba ogni mezzo: rancori, menzogne, violenze, odi, faide, pur di tutelare gli affari illeciti. Chi decide di collaborare oltre che un traditore è un “pazzo”. Deve sperimentare isolamento, sentire il peso del tradimento fino allo squilibrio psichico. Non deve avere identità, storia, futuro. Un condannato a morte fisica o psico-fisica. Il coordinamento provinciale di Libera Vibo, d’intesa con quello regionale, martedì 24 dicembre, viglia di Natale, propone “la passeggiata della legalità”. Il rischio è quello che con la scusa del Natale, tra regali, cenoni, panettoni e spumante, cali il silenzio su questa epocale operazione e tutto ritorni come prima. Ci ritroveremo di fronte al Duomo di Vibo per arrivare fino al Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri, per dire semplicemente grazie alle donne ed agli uomini delle Forze dell’Ordine per avere finalmente “liberato” Vibo e provincia. Il territorio è stato liberato ora spetta alla società civile fare la nostra parte. Non abbiamo più scuse. È ora di dire da che parte stiamo.

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